Più o meno negli stessi anni in cui scriveva Emilio Salgàri si concentra la produzione letteraria di una scrittrice meno conosciuta ma ben più prolifica con le sue 130 opere tra romanzi e racconti scritte in 40 anni di lunga e ininterrotta carriera.

Carolina Invernizio, nacque a Voghera il 28 marzo 1851 da Ferdinando, funzionario del Regno di Sardegna, cui la città allora apparteneva, e da Anna Tettoni. La famiglia, appartenente all’agiata borghesia, si trasferì nel 1865 a Firenze, dove Carolina frequentò l’istituto magistrale pubblicando sul giornale della scuola il suo primo racconto, per cui rischiò di essere espulsa. Esordì nel 1876 con un Bozzetto sociale intitolato Un autore drammatico pubblicato dall’editore Barbini di Milano; l’anno dopo cedette, per 5 napoleoni d’oro, il suo primo romanzo, Rina o L’angelo delle Alpi, all’editore fiorentino A. Salani, iniziando un rapporto destinato a durare per tutta la vita. Nel 1879 aveva intanto pubblicato a Milano il romanzo Pia de’ Tolomei, cui seguirono La vita domestica e Le due madri, usciti entrambi a Firenze nel 1885. Nel 1881, dopo un breve periodo di fidanzamento, sposò il tenente dei bersaglieri Marcello Quinterno, da cui ebbe, nel 1886, la sua unica figlia, Marcella. Nel 1896 Carolina si trasferì a Torino dove il marito, reduce dalla guerra d’Africa, ebbe l’incarico di dirigere il panificio militare e prese residenza in via Goito, nell’isolato dopo via Galliari. Nel suo salotto erano soliti riunirsi alcuni intellettuali del tempo tra i quali Guido Gozzano e il critico letterario Emilio Zanzi. La famiglia, che alternava frequenti soggiorni a Govone, nel Cuneese, si spostò nel 1914 a Cuneo, per tornare poi a Torino, dove la scrittrice morì di polmonite il 27 novembre 1916.

Sulla sua tomba, insieme con la statua eretta da E. Robino, posa una corona di bronzo, deposta dall’editore Salani, con la scritta: “Il suo nome non sarà dimenticato”. Invece, il nome della Invernizio, le cui opere furono a più riprese oggetto di studi critici, che in un primo tempo avevano stroncato i suoi romanzi (per comodità si riporta in calce la bibliografia e gli studi dedicati), è stato presto dimenticato dai lettori, o meglio, dalle lettrici che pur a suo tempo l’amarono moltissimo.

La casa editrice torinese Yume, ha voluto rendere omaggio alla scrittrice che ambientò molti dei suoi romanzi in città (I misteri delle soffitte e I misteri delle cantine, Torino 1901 e 1902, Torino misteriosa, Torino 1903, prima parte di una trilogia completata da I disperati e Le disoneste, entrambi del 1904; Il fantasma del Valentino, 1890; Il cadavere nel Po, 1895; Il treno della morte e L’albergo del delitto, 1905; La bella sigaraia, 1888; La guantaia di Torino, 1891; La figlia della portinaia, 1900; La commessa, 1901, La gobba di porta Palazzo, 1892 La cieca di Vanchiglia, 1894, La ballerina del teatro Regio, 1894).

Il primo libro pubblicato I misteri delle soffitte. Noir Torinese (Yume, Torino 2016), offre l’occasione per analizzare i meccanismi e gli ingredienti con i quali, in maniera ripetitiva e seriale, sono stati scritti pressoché tutti i romanzi dell’autrice, la cui opera si situa in quel genere letterario definito feuilleton o romanzo d’appendice e romanzo popolare, massima espressione della produzione di consumo e di massa, le cui fruitrici erano soprattutto le donne di estrazione popolare e piccolo borghese. Lo scopo del romanzo d’appendice era provocare effetti, stupire, sollecitare emotivamente il lettore fino a rasentare il morboso e per fare ciò l’autore pescava a piene mani nei meandri più torbidi del delitto, dell’adulterio, dello stupro, dell’incesto, del macabro e della perversione ma anche dell’esotismo e dalla seduzione. Maestra e abile maneggiatrice di questi temi fu Carolina Invernizio.

Nella notte di giovedì grasso in un veglione del popolo, si presenta una donna mascherata che posa la sua mano sulla spalla di “un bel giovane dal volto leale” e viene condotta da costui nella soffitta di una casa dove abitano le famiglie di “onesti operai” ma proprio in quel momento si scopre l’assassinio della bella Giulietta Lovera detta la bionda. Da questi fatti prende l’avvio la narrazione che si sviluppa con gli schemi tipici della produzione della Invernizio.

Innanzitutto, sul piano dei personaggi e dei rapporti tra loro intercorrenti si muovono i personaggi dominatori che si distinguono in carnefici/vittime e che solitamente fanno parte dei ceti superiori e personaggi minori o dominati che appartengono alle classi più povere e agiscono solo dietro sollecitazioni dei dominatori. I primi possono essere personaggi positivi o negativi, i secondi sono le pedine dei primi e sono per lo più connotati da elementi positivi. Il conte Livio, uomo gretto, malvagio, senza scrupoli, si serve dell’opera del povero Fabio Ribera per compiere i suoi misfatti ed è complice della maliarda Cinzia, bella e seduttrice, dalla forte carica sessuale, ma anch’essa con pochi scrupoli che si contrappone alla contessa Bianca, donna innamorata e piena di buoni sentimenti, vittima della malvagità del conte suo marito. Gli antagonisti sono il giovane studente Aldo Pomigliano e la giovane e bella, ma di umili origini, Ilda che lotteranno affinché il conte venga punito e le sue vittime abbiano il (sempre) meritato ristoro. Il finale è idilliaco: la punizione del colpevole e, finalmente, un lungo bacio d’amore.

Connotato fondamentale dell’opera della Invernizio è, infatti, l’eterna lotta tra bene e male e una manichea divisione tra vizi e virtù che connota gli stessi personaggi, sia maschili che femminili, costruiti con contrapposizioni nette e stereotipate: la donna/angelo, moglie, madre e dispensatrice di amore “gentildonna tutta cuore” entra in conflitto con la maliarda, seduttrice, avida di denaro e di uomini “voglio avere degli amanti, schiavi sommessi, pronti a versare tutto il loro sangue per me, e li avrò!”.

La struttura del romanzo è fatta di storie a incastro e di flash back che svelano al lettore il passato (a volte peccando di ribondanza e di informazioni non sempre essenziali ai fini della narrazione) e i presupposti di quello che è lo sviluppo corrente della narrazione e non si discosta dai meccanismi di cui si serve usualmente la scrittrice quali agnizioni, mascherature, sorprese, travestimenti, vite segrete e parallele, infingimenti, equivoci, rivelazioni improvvise che servono a creare e a mantenere la suspense e così a mantenere sempre alta l’attenzione e la curiosità del lettore.

Anche gli ingredienti sono più o meno gli stessi di cui si serve la scrittrice nei suoi romanzi, combinati seguendo regole fisse: uomini malvagi, giovinette indifese e sedotte, vendette, tradimenti, figli segreti, donne fatali e spesso diaboliche, denaro e cupidigia, interessi famigliari e onore da difendere conditi da un esasperato sentimentalismo e accentuato patetismo.

L’etichetta di noir deriva dalla scelta delle ambientazioni da cui traspare il gusto per il macabro e il mistero che si annida nelle soffitte, nelle cantine, negli antichi palazzi, nelle brutte sere d’inverno, nella nebbia e a emergere è, ancora una volta, è il contrasto tra i luoghi del popolo come le osterie, i portici, i vicoli, i tuguri e i luoghi dei ricchi che frequentano il centro, i caffè alla moda come Baratti, il teatro e s’intrattengono in fastose feste nei palazzi nobiliari. Metafora della contrapposizione esistente anche a livello sociale per la quale il popolo non potrà mai ambire alle posizioni di privilegio e sovvertire così l’ordine costituito, se non subendo le nefaste conseguenze.

L’ossessione della morte e il tema della “sepolta viva” (si veda per tutti Il bacio d’una morta, 1886, riproposto anch’esso da Yume, ispiratore della serie televisiva La dama velata, con Lino Guanciale e Miriam Leone), che ricorrono frequentemente nei romanzi della Invernizio, sono un po’ lo specchio delle paure all’epoca radicate e contribuiscono ad alimentare il gusto per il macabro. L’autrice rimase talmente impressionata dal suo stesso scritto che nel lascito testamentario diede ordine di non essere sepolta se non quattro giorni dopo la morte!

La Invernizio, donna cattolicissima e devota, moglie e madre irreprensibile, aveva bene in mente quale doveva essere il fine dei suoi romanzi e si era fatta scientemente carico di una “missione di educatrice popolare” da compiere facendo presa sui sentimenti delle masse e sulle frustrazioni e le aspirazioni dei più umili, specialmente delle donne. Ebbe a dire lei stessa “credo fortemente all’efficacia del romanzo nell’educazione delle masse …nella donna del popolo è grande la smania del fantastico, del meraviglioso, dell’inverosimile. Quanto più la cosa è difficile da ammettersi, più fa impressione nelle fragili fibre del suo cuore” (Cfr. Dame, droga e galline. Romanzo popolare e romanzo di consumo tra Ottocento e Novecento, a cura di A. Arslan, Padova 1977, pag. 76). Infrangere i cardini fissi della Legge (sistema politico) e della Provvidenza (religione), utilizzando tutti meccanismi di cui abbiamo parlato sopra, determina, alla fine, sempre la punizione del colpevole e il trionfo del bene sul male e con ciò la restaurazione della morale e dell’ideologia del sistema vigente.

Se le ragioni dello straordinario successo della Invernizio erano allora da ricercare nella capacità di corrispondere alle attese del pubblico, stimolandone al tempo stesso la curiosità e i più pruriginosi istinti, cosa rimane oggi della sua opera? Perché dovremmo ancora leggere i suoi romanzi?

Innanzitutto il piacere della scoperta di una narrazione molto diversa da quella a cui oggi siamo abituati dove è la psicologia del personaggio a prevalere e dove il lettore è chiamato a partecipare all’indagine che fa lo scrittore dei temi trattati, a porsi delle domande e a interagire di fronte alle problematiche che gli si aprono davanti. I romanzi della Invernizio sono, oggi più di allora, di pura evasione, di mero intrattenimento posto che non credo ci sia posto nell’attuale realtà per quel fine moralizzante tanto caro alla scrittrice. Quindi il lettore che si approccia a questo genere di romanzo deve farlo per il piacere della lettura, con la consapevolezza di voler evadere per il tempo della lettura dalla realtà quotidiana, e con l’interesse di conoscere qualcosa di diverso da quello che oggi propone il mercato della narrativa. E qui arriviamo al motivo che io reputo più importante cioè quello di confrontarsi con il secondo piacere, quello della conoscenza. Misurarsi con luoghi comuni non più attuali (anche se ancora radicati nella nostra cultura) e con un linguaggio ormai desueto e che induce spesso ad un bonario sorriso a causa dell’uso smodato dell’iperbole, della perifrasi, dell’aggettivo qualificativo, dell’avverbio e del superlativo (che produce espressioni come “savia donna”, “bel giovane dal volto leale”, “gentildonna tutta cuore”) è una chiave per esplorare una realtà parallela a quella della letteratura “impegnata” di quel fine secolo di quiete che stava per addentrarsi nelle catastrofi del ‘900. La stessa chiave che ancora oggi ci fa leggere i romanzi di Sue o di Dumas.

Come accennato, la critica non fu molto indulgente con la Invernizio, Antonio Gramsci ebbe a definirla “onesta gallina della letteratura popolare”, ma l’autrice poco si curò degli strali denigratori, anzi, se ne fece beffa dicendo che le sue più accanite lettrici erano proprio le mogli dei suoi detrattori!

Nelle edizioni YUME si possono leggere i romanzi:

NOIR TORINESE. I MISTERI DELLE SOFFITTE

IL BACIO DELLA MORTA

SEPOLTA VIVA

L’ALBERGO DEL DELITTO

PECCATRICE MODERNA

IL TRENO DELLA MORTE

 

Per conoscere meglio l’autrice, si consiglia la bibliografia attualmente a disposizione:

  1. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Torino 1950 (ma si veda ora l’edizione dei Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, I-IV, Torino 1975, ad ind.); A. Bianchini, Il romanzo d’appendice, Torino 1969, passim; Cent’anni dopo. Il ritorno dell’intreccio, a cura di U. Eco – C. Sughi, Milano 1971, passim; U. Eco, Il superuomo di massa, Milano 1976, passim; F. Portinari, La macchina delle sorprese, in Id., Le parabole del reale. Romanzi italiani dell’Ottocento, Torino 1976, pp. 180-189; M. Romano, Mitologia romantica e letteratura popolare. Struttura e sociologia del romanzo d’appendice, Ravenna 1977, passim; Il romanzo d’appendice. Aspetti della narrativa “popolare” nei secc. XIX e XX, a cura di G. Zaccaria, Torino 1977, pp. 46-48, 174-190; Dame, droga e galline. Romanzo popolare e romanzo di consumo tra Ottocento e Novecento, a cura di A. Arslan, Padova 1977 (2ª ed., rivista da P.L. Renai, Milano 1986), passim; M. Federzoni, C. I., Matilde Serao, Liala, Firenze 1979, pp. 29-59; Omaggio a C. I. Atti del Convegno, Cuneo… 1983, a cura di G. Davico Bonino – G. Ioli, Torino 1983; A.L. Lepschy, Narrativa e teatro fra due secoli. Verga, I., Svevo, Pirandello, Firenze 1984, pp. 55-75; A. Bianchini, La luce a gas e il feuilleton: due invenzioni dell’Ottocento, Napoli 1988, passim; A. Cantelmo, C. I. e il romanzo d’appendice, Firenze 1992; Q. Marini, I “misteri” d’Italia, Pisa 1993, passim; C. Gaudenzi, Women and colonial propaganda in Italy: C. I.’s “Odio di araba”, in Romance Languages Annual, X (1998), 1, pp. 255-264; A.L. Lepschy, The popular novel, 1850-1920, in A history of women’s writing in Italy, a cura di L. Panizza – S. Wood, Cambridge 2000, pp. 177-189; Carolina dei misteri. Omaggio a C. I., a cura di R. Reim, Siracusa 2001.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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